Mario Marazziti - Pagina Ufficiale

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giovedì 13 luglio 2017

Valorizzare la ricerca significa mettere le persone al centro. E rilanciare pensiero e innovazione


Discutere di come il mondo della ricerca biomedica italiana può dare il suo contributo al bene comune significa rimettere le persone al centro. Tanto più se la discussione avviene alla Camera dei Deputati, perché la ragione di esistere del Parlamento è rimettere le persone al centro.
Come Presidente della Commissione Affari Sociali ritengo che in questo momento sia importante occuparsi di ricerca. E’ noto che in questa fase in Commissione stiamo emendando, approvando, il testo definitivo di un importante provvedimento di legge - che ne contiene molte all’interno di un unico testo - e mi riferisco alla legge sulle nuove professioni sanitarie, che in realtà si occupa anche di sperimentazione clinica e ricerca. Stiamo lavorando a rimettere in moto, se possiamo anche dal Parlamento, una delle attività del nostro paese come luogo principe per la ricerca, per il pensiero, per l’innovazione.

Ma, soprattutto, questo lavoro è parte di un percorso che caratterizza la nostra Commissione, e non da oggi: le persone al centro, la sanità pubblica, il servizio sanitario universalistico, cioè dare quanto più possibile il meglio a tutti quelli che ne hanno bisogno indipendentemente dal censo, dalle possibilità dei singoli. Questo è il Servizio Sanitario Sanitario Nazionale italiano universalistico. Ci sono difficoltà, ci sono a volte episodi negativi, ma il nostro rimane il secondo o terzo servizio sanitario di maggiore qualità nel mondo per tutti gli osservatori internazionali a partire da Bloomberg fino ad arrivare alle agenzie - tutte - di rating internazionale. In moltissimi possono raccontare storie di famiglia dove questioni terribili, difficilissime, sono state risolte con un immenso impegno di professionisti e di strutture. Positivamente e ‘gratis’. Una cosa che non succede più praticamente quasi in nessuna parte del mondo. Una cosa irrinunciabile ma che ha dei costi, delle difficoltà. Sono anni che, pur con fatica, si incrementa l’impegno: quest’anno abbiamo aumentato di un miliardo e mezzo la provvigione disponibile del Servizio Sanitario Nazionale. Ci sarebbe sempre bisogno di aiuti in più, ma non va mai dimenticato che l’Italia rappresenta nel mondo un modello di salute per tutti.

Questa salute per tutti è ben presente anche nel lavoro che abbiamo fatto come Commissione Affari Sociali. E’ qui che si è pensata ed è maturata la legge sul ‘Dopo di noi’, con l’idea di togliere l’incubo del “che cosa accadrà ai miei cari” che hanno i genitori o i parenti di una persona non autosufficiente pensando a che cosa succederà quando loro non ci saranno più. Si toglie un incubo dalle famiglie, si avvia un percorso personalizzato che potrà funzionare anche quando non ci sono più i genitori, i parenti stretti, le persone più vicine.

Penso anche alla legge sullo spreco alimentare, o meglio, sulla prevenzione e recupero degli sprechi alimentari. O alla legge sul rischio clinico, che ha aperto una nuova fase nella riduzione della medicina difensiva, provando a dare sicurezza a tutto il sistema in modo da garantire i pazienti - in caso di errore - e i professionisti di fronte a un eventuale rischio, perché quando capaci e aderenti alle buone pratiche clinico-assistenziali, non debbono avere più quella paura che li paralizza. Ma mi riferisco anche anche allo sforzo di ricostruire un’alleanza terapeutica, di rimettere al centro la relazione medico-paziente, le famiglie, nel testo della legge sul cosiddetto ‘Fine vita’, che ha visto introdurre la pianificazione condivisa delle cure, la relazione medico paziente che torna al centro anche in premessa nell’articolo 1 sul consenso informato e che abbiamo cercato di strappare alla sua pur necessaria, asciutta burocraticità. Un provvedimento che la relatrice Donata Lenzi ha contribuito a far diventare per la prima volta un testo maturo e condiviso, per lo meno in questo ramo del Parlamento. Una legge che cerca di umanizzare il morire attenuando la solitudine, l’abbandono terapeutico e affettivo, anzi evitandolo. Evitando l’accanimento terapeutico senza anticipare la morte, ma togliendo quanto più possibile il pungiglione disumanizzante del dolore e del disprezzo sociale.

Ma la Commissione si occupa anche di prevenzione. Stiamo approvando un disegno di legge sulle attività socialmente utili per gli anziani, cioè su come il 20 per cento della popolazione italiana può tornare al centro. Lavoriamo per l’uguaglianza dei diritti, per la salute come diritto umano sociale, non come concessione o come benefit. Vorremmo incrementare la prevenzione e la riorganizzazione del sistema, cerchiamo di operare per creare terapie intensive aperte, per introdurre prevenzione e territorialità al posto di un sistema che ruota troppo attorno all’ospedalizzazione, come chiave anche per combattere ad armi pari con le cronicità, trasformando l’età più lunga, la forza degli anni in più, in benedizione e non in paura e a volte in maledizione. Sanità pubblica, che ne usi appieno la forza di rete capillare e di prossimità.

Il regime difensivo di una spesa a silos - spesa farmaceutica, ospedaliera, territoriale tutte separate -nel quale la spesa farmaceutica e territoriale medica non comunica con quella ospedaliera, sia farmaceutica sia per DRG e posti letto, sta segnando il passo. Non può crescere al ritmo di 5-7 per cento come sarebbe necessario in relazione al cambiamento delle patologie e alle policronicità. Ma la spesa ospedaliera, il numero e la dislocazione dei posti letto, devono entrare in rapporto con quella assistenziale - senza fagocitarla - perché, per esempio, gran parte delle cure oncologiche possono essere somministrate a casa e il bisogno assistenziale è parte integrante della terapia e della aderenza alla stessa.

Mentre crescono le cronicità, la speranza di vita alla nascita resta la seconda del mondo e cresce l’innovazione farmaceutica - quella vera, non solo quella che cura in maniera diversa e risultati simili le malattie di sempre, ma con nuove molecole -, occorre riformare la governance farmaceutica. E stiamo cercando di aiutare un ripensamento della distribuzione del farmaco più vicino alla vita dei cittadini, senza aggravio dei costo, e credo che parte della crisi della rete delle farmacie e delle parafarmacie italiane - un dualismo confuso che c’è solo in Italia - possa essere risolto con una differenziazione più netta e con farmacie di servizi che facciano più parte di un Sistema integrato di sanità pubblica, che ne usi appieno la forza di rete capillare e di prossimità.

E se oggi i nuovi farmaci aiutano a guarire - mi viene in mente, per esempio, l’epatite C - e quindi a non finire i propri giorni in ospedale, può essere che la spesa per l’ospedale debba cambiare contemporaneamente e non dopo, per avere risorse ulteriori per lavorare al servizio territoriale. E allora noi crediamo alla necessità di stabilire maggiore continuità tra assistenza e sanità, in modo che, quando è possibile, si possa stare il più a lungo possibile dove si è sempre vissuti e quanto meno possibile in ospedale.

In questo quadro abbiamo oggi qui, a promuovere un ragionamento attorno alla ricerca biomedica, una delle eccellenze della ricerca della farmaceutica italiana.

L’industria farmaceutica italiana è la seconda d’Europa: sono 174 le aziende farmaceutiche del nostro paese, con 64mila dipendenti, circa altrettanti nell’indotto, seimila persone assunte recentemente nella ricerca e sviluppo e seimila nuove assunzioni nel 2017. Una realtà che forse non tutti conoscono ma che oggi è arrivata al 72 per cento di esportazioni. Abbiamo 700 milioni investiti in studi clinici su farmaci innovativi ­ ci auguriamo che tutti possano essere davvero innovativi – nel 2016. L’export nel 2010-2015 è salito di oltre il 50 per cento, in Germania più del 40 per cento. In 10 anni è salito dal 33 per cento al 73 per cento. L’industria farmaceutica italiana si colloca al terzo posto dopo la meccanica e le automobili. Come sappiamo, per altri settori anni questi sono stati anni di stagnazione o di crisi. Le denunce di infortunio dei lavoratori nel campo farmaceutico sono calate del 41 per cento. E i morti sul lavoro sono diminuiti del 71 per cento. 

Purtroppo non è così in tanti altri settori. E questa, secondo me, è una cosa che ci dice della qualità del lavoro e del bene comune, ed è confortante che le uscite dal mercato del lavoro in questo settore siano meno delle nuove entrate e che ormai il 30 per cento dei nuovi ingressi siano al di sotto dei 30 anni. Molti laureati, molto futuro.

In questo contesto è opportuno ricordare che attualmente, in Commissione, stiamo esaminando gli emendamenti alla legge sulle nuove professioni sanitarie. Ne abbiamo approvati alcuni che, per esempio, permettono la brevettabilità della ricerca non profit, rimborsando lo Stato delle mancate entrate rispetto alle agevolazioni concesse alla ricerca non profit, una cosa che potrebbe dare speranza a tanti ricercatori. Abbiamo anche approvato un primo meccanismo che prova a creare un circuito virtuoso per la ricerca pubblica: se una ricerca nasce in ambito pubblico ­ un politecnico, un centro di ricerca pubblico o universitario, gli IRCCS ­, nel caso in cui porti a un possibile utile perché arriva una fase in cui il mercato può assorbire quel prodotto e qualora entri nel circuito del Servizio Sanitario Nazionale, nel circuito dell’utilità pubblica, si prevede che una compensazione o un ritorno possa andare ai centri di ricerca pubblici nei quali quella ricerca è nata. O a un fondo di ricerca pubblica presso il Ministero della Salute. Sono segni di cambiamento che la nostra Commissione, e il lavoro che abbiamo fatto, hanno cercato e stanno cercando di portare avanti.

E proprio alla luce di tale quadro complessivo penso - e con questo concludo - che l’incontro di oggi sia utile perché ci offre elementi in più per riflettere sullo stato della ricerca biomedica e sulla sua utilità per il bene comune.

Intervento di Mario Marazziti al convegno “Come il mondo della ricerca biomedica italiana può dare il suo contributo al bene comune”, promosso da Chiesi Farmaceutici presso la sala Aldo Moro della Camera dei Deputati